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09/04/2005 - SANTA EUFEMIA, LA SANTA VENERATA DAI TEMPLARI
Può sembrare casuale ritrovarsi tra le mani un documento tanto importante, quanto curioso e stravagante, ma forse, pensandoci bene, così casuale non è stato. E’ grazie ad un omaggio fatto alla Signora Eufemia di Sestri Levante (Genova), da parte della studiosa Bianca Capone Ferrari (1), che la millenaria storia di Irsina si rivela agli occhi di chi scrive ancor più misteriosa e affascinante di quanto non lo sia stato sino a quel momento. Con il presupposto di non dare nulla per scontato, vedremo come gli avvenimenti e le fonti storiche, che di seguito verranno indicati, oltre che a porre molti quesiti ci danno anche tanti elementi per continuare la ricerca storica.
Dalle fonti storiche sappiamo che Santa Eufemia nacque in Bitinia, a Calcedonia, l’attuale Kadikoy, un sobborgo di Scutari, città che si affaccia sulla sponda asiatica del Bosforo, di fronte a Costantinopoli. Benché fosse figlia di un funzionario romano nella stessa Calcedonia subì il martirio, il 16 settembre dell’anno 303 o 304, durante la persecuzione anticristiana indetta dall’Imperatore Diocleziano. Sulla sua tomba fu innalzata una grande basilica, dove nel 451, fu indetto il Concilio di Calcedonia, che condannando l’eresia dei monofisiti, decretò la presenza in Gesù Cristo delle due nature: la divina e l’umana. Da allora Santa Eufemia fu patrona dell’ortodossia cattolica, diventando oggetto di venerazione e le città più prestigiose si contesero il privilegio di conservarne le spoglie mortali nelle proprie chiese.
Nel VII secolo il corpo intatto di Santa Eufemia sarebbe stato trasportato, dentro un sarcofago di marmo, nella vicina Costantinopoli, essendo stata Calcedonia occupata dai Persiani nell’anno 620. A Costantinopoli, dove le fu dedicata una basilica le sue reliquie sarebbero rimaste fino al IX secolo. Secondo una tradizione coeva, le reliquie della santa martire sarebbero state buttate in mare per ordine di un Imperatore iconoclasta, forse Leone l’Isaurico o suo figlio Costantino V, ma poi avrebbero raggiunto, in modo miracoloso, il 13 luglio dell’anno 800, dentro il suo sarcofago di marmo, la spiaggia di Rovigno. Nel Duomo della città si conserva tuttora il sarcofago paleocristiano con le reliquie di Santa Eufemia, patrona della città istriana. Dopo quasi due secoli di silenzio sulla Santa di Calcedonia nel 1091 si scoprì il corpo nella chiesa a lei dedicata a Piacenza, dove sono ancora conservate devotamente le reliquie più numerose della santa, assieme a quelle dei santi Vittore e Sostene.
Negli anni Venti del XIII secolo, il corpo della vergine martire di Calcedonia, collocato in una apposita cassa, era conservato in Terra Santa dall’Ordine dei Templari nel castello di Athlit (o Castel Pellegrino fondato nel 1218), ed esposto alla devozione dei pellegrini che vi facevano tappa prima di arrivare a Gerusalemme. Sulla considerazione in cui era tenuta la venerazione di Santa Eufemia, presso l’Ordine del Tempio, abbiamo delle testimonianze di templari prigionieri nelle carceri di Parigi e di Cipro, che enumerano alcune reliquie cristiane da loro venerate, prima fra tutte il corpo della Vergine Martire di Calcedonia, che compì molti miracoli a Castel Pellegrino.
Nel 1291, dopo la caduta di San Giovanni d’Acri, che segnò la fine del Regno Cristiano a Gerusalemme, il Gran Comandante della Terra Santa, detto Maestro Generale del Tempio dai cavalieri rosso-crociati, si imbarcò dal Castello de la Sayette per Cipro, portando con sé gli Statuti dell’Ordine, i vasi sacri e le reliquie dei santi martiri. Dopo la soppressione dei Templari, le reliquie, come la maggior parte dei beni mobili ed immobili, passarono in eredità ai Cavalieri di San Giovanni, i quali le trasferirono a Rodi. Abbandonata in seguito anche Rodi, i cavalieri poterono portare con loro le preziose reliquie e grazie ad una piccola flotta raggiunsero l’Italia Meridionale. Tra queste si trovavano le più venerate: la Santa Spina, una particella della Vera Croce, l’Icona della Madonna del Fileremo, la mano destra di San Giovanni Battista e il corpo di Santa Eufemia. Nel 1530, dopo aver cambiato altre sedi, i cavalieri si sistemarono nell’isola di Malta, avuta in dono dall’Imperatore Carlo V e da allora presero il nome di Cavalieri di Malta. Nella chiesa di San Giovanni della Valletta ritroviamo le reliquie di Santa Eufemia; infatti, nel 1579, durante una visita a Malta, l’Arcivescovo di Monreale vide in quella chiesa il capo della santa, conservato dentro una cassa d’argento dorato, che il Gran Maestro Jean de la Vallette aveva fatto eseguire ex novo per sostituire quella di Castel Pellegrino, ormai fatiscente.
Il 18 giugno del 1798 quando Napoleone Bonaparte ammainò il vessillo dell’Ordine, i Cavalieri di Malta si resero conto di aver perduto il loro piccolo dominio e furono costretti ad abbandonare l’isola, lasciando in mano ai vincitori tutte le loro ricchezze. Ai Cavalieri fu concesso di portare via soltanto tre reliquie, senza i loro supporti d’argento: una scheggia della Santa Croce, la mano destra del Battista e l’Icona di Nostra Signora del Fileremo. Le reliquie furono trasferite a Pietroburgo dopo che, nel novembre del 1798, lo Zar Paolo I fu riconosciuto Gran Maestro dell’Ordine di Malta da Papa Pio VII.
Arrivati a questo punto, una domanda è d’obbligo: che fine fecero le reliquie di Santa Eufemia? Occorre precisare che, fin dal IV secolo, il corpo della Santa di Calcedonia non era più integro, ma i suoi frammenti si trovano sparsi in varie città: a Costantinopoli, a Rovigno, a Piacenza, a Castel Pellegrino, a Cipro, a Malta, a Santa Eufemia Vetere in Calabria, a Tricase e Specchia nel Salento, a Irsina in Basilicata ed in altre non menzionate località. Si pensa che, inizialmente tali reliquie fossero conservate nelle cappelle delle loro precettorie e fortilizi, come in quella di Castel Pellegrino; poi, nel periodo precedente le retate, fossero state trasferite nelle chiese, che rappresentavano una maggiore possibilità di salvaguardia.
In Calabria le reliquie di Santa Eufemia arrivarono negli anni precedenti la fine dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, i quali avrebbero scelto il baliaggio di Santa Eufemia Vetere, ereditato dai Militibus Templi, per continuarle a venerare con molta devozione. E’ importante segnalare che nella chiesa parrocchiale si conserva, come reliquia, una mandibola della Santa di Calcedonia. Nel Salento, nella periferia di Tricase, dove i Templari possedevano la mansione di Santa Maria del Tempio, esiste una antica chiesa dedicata a Santa Eufemia che conserva un frammento di tessuto osseo appartenuto al cranio o al bacino della martire. Sempre nel Salento, su una piccola altura presso il vicino paese di Specchia, sorge un’altra chiesa dello stesso titolo, dove sul capitello della bifora che orna la facciata è scolpita una croce templare inserita in un cerchio, simbolo di eternità, per indicare che l’idea del Tempio non morirà mai. Anche nelle vicinanze di Irsina (l’antica Montepeloso) sorgeva una casa templare, lo attesta un atto di delimitazione tra i territori di Gravina e di Irsina, risalente al 26 novembre del 1273. Presso tale linea di confine l’atto riporta il toponimo “ad curtem templi”, purtroppo il luogo risulta di non facile ubicazione, anche se alcuni studiosi lo situano verso Spinazzola e Poggiorsini, in una zona ricca di grotte, ma di questo noi non siamo sicuri.
Certo è, che da quanto detto sopra, risulta evidente che la presenza delle reliquie di Santa Eufemia era più frequente nelle località che avevano ospitato i cavalieri rosso-crociati. Indubbiamente, nella ricostruzione del percorso pre-templare compiuto dalle reliquie di Santa Eufemia, permangono troppi interrogativi da chiarire. Ad esempio, quando, dove e perché i resti del corpo di Santa Eufemia sono venuti in possesso dei Templari? Perché furono trasportate a Piacenza? Da chi furono ricondotte in Oriente? Quando e per mano di chi, tali reliquie giunsero a Irsina e nelle altre località indicate? Perché non abbiamo nessuna notizia ad Irsina circa la presenza delle reliquie di San Vittore conservate nella Cattedrale insieme a quelle di Santa Eufemia? Perché a Irsina si venerano due Sante Patrone: l’Icona della Madonna della Divina Provvidenza e Santa Eufemia? Quale ruolo ha svolto nella storia l’Abbazia di Santa Maria dello Juso, già dal 1093 abbazia benedettina autonoma ed indipendente, e solo nel 1133 collegata al monastero francese della Chiase-Dieu fondato da San Roberto di Turlande nel 1047 in Alvernia? Per quale motivo Francesco I Del Balzo, Signore di Montepeloso e di Andria, nella seconda metà del XIV secolo fece saccheggiare e distruggere i monasteri di Juso e di Irsi, costringendo il priore Guglielmo di Barjac e i suoi monaci a fuggire e a rifugiarsi ad Avignone alla corte papale di Gregorio XI?
Probabilmente, molte di queste domande, essendo state avvolte per parecchio tempo, dalle nebbie del mito, oggi risultano essere di non facile risposta. Certo è, che da quanto detto in precedenza, risulta abbastanza evidente supporre che il culto di Santa Eufemia a Irsina sia arrivato prima del XV secolo. Tale tesi, sicuramente, susciterà tra gli studiosi qualche polemica, in quanto contrasterebbe con l’arrivo delle sacre reliquie dalla città di Padova verso la metà del XV secolo ad opera del prelato Roberto De Amabilibus (o meglio De Mabilia). Il prelato, secondo un rarissimo poemetto del 1592, ritrovato da Don Nicola Di Pasquale, dal titolo “Vita Divae Euphemiae Virginis et Martyris” composto da Pasquale Verrone, portò in dono alla cattedrale della cittadina, insieme a delle vere e proprie opere d’arte, anche un prezioso reliquiario contenente il braccio della Santa. A tal proposito, risulta essere curioso quanto riportato dalla studiosa Clara Gelao nel suo libro (Andrea Mantegna & la donazione De Mabilia alla Cattedrale di Montepeloso” - Collana Zétema - Edizioni La Bautta Matera - 2003); la stessa ritiene di non conoscere, allo stato attuale degli studi, se Santa Eufemia godesse già di un remoto culto in loco.
In realtà, una più antica traccia del culto di Santa Eufemia a Montepeoloso è indicata in una Bolla di Papa Callisto II, datata 11 settembre 1123, con la quale il pontefice restituisce a Montepeloso la dignità vescovile, approvando la nomina di un certo Leone a Vescovo. In essa, tra le pertinenze del vescovato di Montepeloso, si cita “ in Solico ecclesiam sancte Euphemiae”, identificabile con una chiesa da secoli non più esistente, situata forse sul Monte Serico, tra Genzano e Irsina. A conferma di ciò esiste una “Relatio ad limita” del 9 marzo 1755 del Vescovo Bartolomeo Coccoli, dove si dice che la reliquia di Santa Eufemia e il suo culto siano stati introdotti a Montepeloso dai greci bizantini, senza alcuna allusione al prelato Roberto De Mabilia. Tale affermazione risulta essere davvero sorprendente, in quanto si tratta di un vescovo colto che conosceva il poemetto del Verrone, per avere scritto anch’egli una Vita della Santa ad esso ispirato. Purtroppo tale opera non ebbe mai l’onore della stampa, comunque, all’epoca dello storico Michele Janora, esistevano ancora alcune copie manoscritte presso privati. Lo storico Janora pubblicò nel 1901 alcuni brani del poemetto verroniano riguardanti l’arrivo da Padova a Montepeloso della reliquia, utilizzando la trascrizione della Vita di Santa Eufemia del Coccoli, fatta nel 1899 dal canonico Tommaso Torrio. Lo stesso Janora non si assumeva alcuna responsabilità circa la fedeltà della trascrizione rispetto all’originale, in effetti sono riscontrabili alcune varianti rispetto al poemetto ritrovato dal Di Pasquale, dovute quasi certamente a una cattiva interpretazione, da parte del Torrio, del testo riportato dal Coccoli. L’ultimo dei brani riportati dallo Janora, riguardo alla descrizione della reliquia non risulta essere successivo, come parrebbe evincersi dal testo, al brano immediatamente precedente, lasciando intendere che il Coccoli conoscesse altri versi oltre quelli inseriti nella sua Vita di Santa Eufemia.
Concludendo, possiamo affermare che, se da una parte il ritrovamento del poemetto del Verrone ha consentito di acquisire preziose notizie in merito all’attribuzione dei capolavori della donazione De Mabilia, dall’altra il mistero che da sempre avvolge l’origine del culto a Santa Eufemia non è stato ancora del tutto chiarito. Comunque, dal nostro punto di vista, la ricerca continua….
Articolo a cura di Giuseppe Buonanno
(1) Bianca Capone Ferrari - Relazione presentata al 22° Convegno di Ricerche Templari curato dalla L.A.R.T.I. il 25 e 26 settembre 2004 a Trieste.
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