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28/05/2005 - IL CROCIFFISSO LIGNEO QUATTROCENTESCO DELLA DONAZIONE DE MABILIA TESTIMONIA UN PRECISO E ORIENTATO GUSTO ARTISTICO DA PARTE DEL COMMITTETE
In seguito agli studi condotti dalla Direttrice della Pinacoteca di Bari Dott.ssa Clara Gelao è importante sottolineare che lo straordinario Crocifisso conservato nella Cattedrale di Irsina, oggi riportato al suo aspetto originario, raggiunge per certi versi esiti formali non inferiori alla statua di Santa Eufemia attribuita dalla stessa studiosa al Mantenga. Che l’autore di questa scultura, ben degna di essere riconosciuta uno di pezzi più prestigiosi della donazione De Mabilia, abbia pienamente assimilato lo spirito innovatore e sperimentale del grande Donatello, non è difficile affermarlo, anche se non esiste un confronto del tutto pertinente nella produzione del fiorentino. La rappresentazione del corpo magro e nervoso di Cristo, teso come una corda mette in risalto, in corrispondenza del torace scheletrico, la prominenza della cassa toracica, in cui le costole possono essere contate una ad una, la tensione dei muscoli, lo sporgere delle magre ginocchia, appena protette da un’epidermide tesa e sottile. Ma la vera forza espressiva dell’immagine di questo uomo colto nell’atto di spirare, si concentra soprattutto nel volto scarnificato senza barba, con le occhiaie incavate e le palpebre abbassate, le guance infossate e gli zigomi aguzzi su cui aderisce la pelle, la bocca semiaperta nel tentativo di prendere aria. Niente asprezze, niente esibizioni di ferite squarciate, niente deformazioni anatomiche, niente che non sia strettamente necessario. La rappresentazione degli arti, tesi come tutto il corpo nello sforzo estremo di esalare l’ultimo respiro, non ricorre ad artifici, ma si affida solo ai potenti colpi di sgorbia che scavano, modellano e consumano sino allo spasimo le carni. Una interpretazione di tale emotività da evocare a prima vista l’ultimo pathos della Crocifissione di Masaccio, con un ulteriore richiamo dato dai capelli rossastri che incorniciano il volto, i quali non sono, come di solito, scolpiti, ma realizzati in stoppa, il che conferisce al volto uno straordinario naturalismo, accentuato dalla vera corona di spine, ottenuta intrecciando sarmenti di legno di rosa. Una ulteriore particolarità del Crocefisso di Irsina è data dalla portella che chiude un piccolo incavo vuoto, rinvenuta sul petto del Cristo in occasione del restauro mentre venivano eliminati vari strati di ridipintura. La presenza della portella secondo la Dottoressa Benedetta Di Mase che ha curato, per conto della Sopraintendenza, il complesso restauro del Crocifisso sembra essere un caso del tutto eccezionale nella produzione artistica e probabilmente doveva contenere una reliquia. Secondo il nostro parere all’interno della portella forse era contenuto un pezzo di legno della Santa Croce o della vera Corona di Spine, oggetti che alcuni studiosi locali ritenevano essere conservati tra le reliquie dell’antica Cattedrale di Montepeloso e in seguito sparite a causa degli accorpamenti che la Diocesi di Montepeloso ha subito nel corso dei secoli con altre città pugliesi e lucane.
Per concludere le nostre considerazioni, possiamo affermare che la qualità del Crocifisso di Irsina è tale da orientare gli studiosi verso un maestro di eccezionale sensibilità, che memore del Masaccio e della sua Crocifissione, era sicuramente a conoscenza delle più stupefacenti novità del primo Rinascimento fiorentino. Pertanto, lasciando sospeso il giudizio circa l’attribuzione dell’opera risulta opportuno indirizzare l’attenzione verso un anonimo maestro della cerchia di Donatello, formatosi a Padova presso la Scuola dello Squarciane, dove fu attivo lo stesso Andrea Mantenga.
Articolo a cura di Giuseppe Buonanno
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