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17/04/2003 - La settimana santa

La Domenica delle Palme i contadini portavano in chiesa rami di ulivo, di pino, di oleandro o di rosmarino. Una volta benedetti erano riportati in campagna come segno di buon augurio per la raccolta.
Per le vie del paese, invece, i paesani ostentavano le proprie palme, spesso dorate o argentate, ed era occasione per i giovani corteggiare le ragazze.
A tavola, in tale giorno, tutti mangiavano a lagh’n’ pu’ m’r’cutt’, cioè lasagna riccia condita con vinocotto di fichi.
Il Giovedì Santo era il giorno dei “sepolcri”. I s’bolchr’ (vedi Foto) sono piccole piantagioni in acqua di ceci, fave, grano, ecc. preparate in casa sin dall’inizio della Quaresima in piccoli recipienti come pentole, secchi, piatti (di solito dentro u uacel’) e tenute al buio in modo che ai germogli sia impedita la fotosintesi clorofilliana.
Le piantine diventano così bianchine o gialline dando l’idea di erbe cresciute in luoghi bui e umidi come appunto i sepolcri.
Queste piantine, il Mercoledì Santo, erano riposte in canestri e addobbate con ogni tipo di fiori, insieme ad un arbusto spinoso, la “sparacina”.
Con esse, tra la mattina e il pomeriggio di giovedì, si preparava il sepolcro vero e proprio in chiesa: particolarmente bello era il sepolcro della chiesa dell’Annunziata, dove una bara di vetro contenente il corpo disteso di Cristo morto veniva deposta tra i s’bolchr’.
La sera del giovedì i paesani, in gruppo o in processione, andavano di chiesa in chiesa per la visita dei s’bolchr’.
Il sepolcro veniva disfatto il Venerdì Santo dalle donne durante la cerimonia dello “scartare Cristo”, in ricordo del Cristo che veniva tolto dal sepolcro. Le piantine ormai benedette venivano portate in campagna e sistemate tra le vigne e i campi come buon auspicio.
Il Venerdì Santo era il giorno più triste di tutta la settimana: per rispetto le campane non suonavano mai e persino i campanelli al collo delle capre, che si portavano in giro per vendere il latte, si riempivano di paglia.
In tempi lontani la via crucis durante la Settimana Santa avveniva sul Calvario, ossia nel luogo in cui attualmente si trova piazza A. Costa e l’omonima chiesetta. Tutta la zona era detta delle “Croci” poiché si trovavano sette croci, due delle quali ancora esistono: una è davanti alla chiesa del Calvario, l’altra all’incrocio per Bari e Potenza.
Quelle sette croci costituivano le ultime stazioni della via crucis: questa partiva dalla Cattedrale e proseguiva di chiesa in chiesa, cioè di stazione in stazione (le prime sette stazioni erano proprio tutte le chiese del centro vecchio), fino ad uscire fuori dall’abitato per le ultime sette stazioni.
La mattina del Sabato Santo le campane annunciavano la Resurrezione. Il momento più intenso per i fedeli durante la liturgia in Cattedrale era l’apparizione, da dietro l’altare, di un grande quadro raffigurante Cristo risorto, quando tutti iniziavano a far rumore battendo con bastoni, sassi o a mani nude, sui banchi e sui confessionali per simulare un terremoto.
Alcuni durante il momento della resurrezione lasciavano volare liberi in chiesa degli uccelli.
I ragazzi, inoltre, sia in chiesa che per le vie del paese, usavano a trocch’l, fatta di un pezzo di tavola con su inchiodate delle maniglie di ferro: agitando la tavola ripetutamente le maniglie battevano sulla stessa creando un rumore assordante.
A casa le donne scacciavano il diavolo, specie da sotto i letti, usando bastoni e scope.
La Domenica di Pasqua a pranzo si mangiava carne, che almeno in quell’occasione si trovava su tutte le tavole, e le tipiche uova lesse, spesso colorate in modo naturale con un procedimento molto semplice: ogni uovo era avvolto in una pezza insieme a erbe e fiori colorati e fatto bollire.
Se nell’uovo lesso, quando lo si mangiava, si trovava una parte vuota, si diceva che fosse u muzz’ch’ da Madonn’ ( il morso della Madonna).
Infine il lunedì, a pasquaredd’, si usava andare in campagna a scumparé, cioè per allegre mangiate e bevute in compagnia di amici e familiari.

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