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07/03/2006 - Giochi di altri tempi

La guerra era uno dei giochi preferiti dai ragazzi fino a qualche decennio fa.
Intere compagnie ne potevano essere coinvolte: chit’ da portannazz’, d’ sott’ o’ pont’, chit’ d’ drét’ o’ mulèn, o du’ barraccon’, erano solo alcune delle temibili compagnie che popolavano i quartieri del nostro paese .
Ogni compagnia aveva un capo, di solito era il più grande di età e comunque il più forte; possedeva un territorio, su cui regnava e di cui difendeva i confini da eventuali intrusioni nemiche; aveva armi, e cioè fionde, lance di canna, mazze di scopa, scudi fatti di cartone o con coperchi di pentole, archi e frecce, costruiti ad arte utilizzando rami particolarmente elastici e resistenti (i fost’) oppure i ferri interni degli ombrelli.
Orgoglio di ogni compagnia era inoltre la casetta (a casedd’), costruita nel proprio territorio, di solito in aperta campagna o giù nei fossati che circondavano le zone abitate (abbasc’ o’ fuss’), con pezzi di tufo, pietre, cartoni, tavole, lamiere e così via.
Guai se un’altra compagnia veniva a distruggere la propria casetta, era subito guerra ed immediatamente si organizzava una spedizione punitiva nel territorio dei nemici per distruggerne la casetta.
Altre ancora potevano essere le cause di una dichiarazione di guerra: per cancellare un’offesa, perché uno del gruppo era stato picchiato, per difendere i confini del proprio territorio, o più semplicemente solo per fare la guerra..
Prima di iniziare la guerra i ragazzi erano soliti sottoporsi a solenni giuramenti, quali lo sputare per terra e calpestare lo sputo, oppure sputare su una pietra particolarmente liscia e scagliarla subito dopo il più lontano possibile, e tutto ciò per suggellare i patti e le regole di guerra stabilite.
Lo sputo era usato dai ragazzi anche in altre occasioni. Quando si batteva la testa, per evitare che si attaccasse la ruggine al cervello in seguito al colpo preso.
La guerra avveniva sostanzialmente con il lancio di pietre. Una pioggia di pietre cadeva su entrambi i fronti. I ragazzi si proteggevano usando scudi o semplicemente con l’abilità dei propri riflessi.
Non era raro per i ragazzi tornare a casa con un bernoccolo in testa, con un occhio viola o con ginocchia e gomiti rotti.
Se si facevano dei prigionieri questi potevano essere oggetto di piccole torture, quali frustate più o meno pesanti, percosse a suon di calci e scappellotti, gli si potevano fare “i vicchj”, cioè gli si calavano con forza pantaloni e mutande fra le risa di tutti, oppure solo minacce e gravi ammonimenti. In ogni caso i poveretti se ne tornavano a casa con un grosso spauracchio addosso, spesso tra le lacrime, soprattutto i più piagnucoloni (i ciancilos’), meditando vendetta per le offese subite.
U pézz’l era un altro gioco molto in voga tra i ragazzi delle generazioni passate. Due pezzi di mazza, uno lungo di circa mezzo metro ed uno corto di circa 20 cm, servivano per il gioco: il pezzo più corto, ben appuntito, veniva battuto con quello più lungo e lanciato al volo il più lontano possibile (quanti vetri rotti di finestre e balconi!). La mazza più lunga veniva inoltre usata come unità di misura per stabilire la distanza fino al punto in cui era stato scagliato u pezz’l e quindi per assegnare i punti, detti i capont’.
Un gioco molto comune specie d’estate quando i numerosi gruppi di ragazzi si riunivano nelle strade o nei “larghiri" era cavadd’ sott’. Si formavano due squadre di ragazzi, quelli dell’una si dovevano piegare in posizione orizzontale uno dietro l’altro dando luogo ad una lunga fila e sostenere sulle proprie spalle tutti quelli dell’altra squadra che uno alla volta si lanciavano addosso. Chi aveva la sorte di stare sopra doveva avere l’abilità di reggersi senza taccare terra con i piedi, altrimenti le posizioni delle due squadre si invertivano.
A Natale invece i ragazzi giocavano a v’rrozz’l’. Ai piedi di una tavola inclinata, spesso della tavola usata per lavare a mano i panni cioè u str’cator (a proposito di questo attrezzo c’era un detto: a vèt’ ié a str’cator’, osc’ n’col’ a tev’ e crai’ por’), si poneva per terra un ditale con su in equilibrio un bottone o una monetina, di solito una cinque o dieci lire. A turno i ragazzi facevano rotolare lungo la tavola una noce con lo scopo di far cadere ditale e monetina: il vincitore si appropriava della monetina o delle noci che si trovavano per terra e che non avevano colpito il ditale.
Un altro gioco di cui si è perso memoria è quello del cuccumandén’. Questo era un mazzetto d’erba, propria dei mesi estivi (la stessa che si usava per fare le scope), legata con uno straccio imbevuto di cenere bagnata per appesantire il tutto. U cuccumandén’ era gettato in aria e si doveva riuscire a farlo cadere in piedi sul suolo, formando così un ventaglio di fili d’erba. Ogni lancio era accompagnato da una cantilena:
“Cuccumandén’ cuccumandén’
Damm’ na chiant’ d’ p’tr’sen’
E c’ non m’à uò dè
Sap’ a chès’ t’agghia m’né.”
O palm’ invece si lanciavano bottoni, scatole (di “cromativa”, cioè di lucido per scarpe, schiacciate) oppure soldi, i quali se si fermavano nella distanza del palmo della mano si era vincitore.
Si giocava anche o stromm’l’, cioè alla trottola, di cui a ieff’l era il filo per farla girare.
In tempi più recenti si giocava inoltre e’ giucator’, ciòè con le figurine dei calciatori. Due erano i ragazzi che giocavano, l’uno contro l’altro. Un mazzetto di figurine, il cui numero variava a seconda di quante se ne mettevano in palio, era posto sull’orlo di un gradino e con scappellotti battuti per terra a fianco delle figurine, prima da uno poi dall’altro ragazzo, si doveva far capovolgere le figurine. Ognuno si appropriava di quelle figurine del mazzetto che aveva fatto capovolgere.
Questi ed altri ancora (si pensi al gioco di ùn’ mont’ la lùn’ e si cominc’ o a quello di acchiappè) erano i giochi dei tempi passati, quando i ragazzi numerosi si riversavano per le strade di Irsina e quando ancora nelle case non era entrata la TV e non c’erano videogiochi né soldi in tasca e quando il divertimento e il gioco erano fuori per strada, all’aria aperta.

A. Coletta

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