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26/02/2008 - Il raschiatoio preistorico di Irsina
Risale alla metà del mese di agosto scorso la diffusione della notizia del ritrovamento di un fossile di cetaceo (per alcuni si tratta di una balena), presso la diga di S. Giuliano.
La scoperta è stata fortuita ed è dovuta a Vincenzo Ventricelli, un altamurano che in quella zona possiede, oltre che ai terreni, un agriturismo. Il 6 di quel mese, durante un’escursione lungo la riva del lago artificiale, Vincenzo Ventricelli insieme con alcuni ospiti, si ritrovò al cospetto di ossa gigantesche bianchissime che l’azione dell’acqua, mai così alta in quel periodo dell’anno, aveva scoperto, erodendo l’ultima parte cretosa che li avvolgeva.
L’erosione dell’acqua è durata decenni, quanto l’età della diga, per avere ragione dello spessore di terra mista ad argilla, alto diversi metri, che ricoprivano lo scheletro. L’invaso fu costruito negli anni ’50 grazie al sostegno del Piano Marshall.
Subito ribattezzata Giuliana, si dice anche che il fossile di balena abbia circa un milione di anni. Che si tratti di una balena e che abbia quell’età, meglio potranno dircelo gli esperti, con gli esami appropriati e lo studio della testa che è ancora interrata.
Quella scoperta eccezionale (attualmente non esistono al mondo, scheletri interi, come quello di S. Giuliano, di un fossile di cetaceo) ci dà l’occasione per tornare a parlare del ritrovamento, altrettanto straordinario, che avvenne a Irsina intorno ai primi anni ’70: una scheggia clactoniana (in foto), in forma di raschiatoio, che per la posizione in cui fu rinvenuta, sarebbe antica non meno di 850.000 mila anni. Si tratterebbe della più remota età attribuita ad un manufatto dell'Homo Erectus, ritrovato in Italia.
Quella di Irsina, diversamente da quella di S. Giuliano, non fu una scoperta fortuita, ma programmata, studiata a tavolino, da un gruppo di paleoantropologi, sulla scorta di misurazioni scientifiche che altri studiosi, in altri ambiti, avevano eseguito qualche tempo prima.
Non è escluso che i due team lavorassero per un progetto comune, visto che l’azione del secondo beneficiò dei dati recuperati dal primo, e che, in particolare, riguardavano la datazione dell'esplosione del vulcano Vulture in quel tempo remotissimo.
Irsina? Non solo Mantegna
Come promotori, insieme con altri, dell’Archeoclub, la scoperta della relazione concernente il ritrovamento del raschiatoio di Irsina, rientrava in quegli obiettivi di massima inerenti alla conoscenza e alla valorizzazione dei beni culturali del paese (per i quali l'associazione svolse un’attività per oltre un decennio, a partire dalla fine degli anni '80, ogni volta documentata dai quotidiani del tempo). L'incontro con quella relazione avvenne in maniera fortuita, per caso. Di quei primi anni ’70 erano note le spedizioni archeologiche su Monte Irsi, di inglesi e canadesi, ma nulla si conosceva di quest’altra missione.
Negli anni che seguirono si accarezzò l’idea di un calco e di un evento per il raschiatoio di Irsina, che avrebbe avuto degna conclusione nell’emissione, con annullo postale, di un francobollo celebrativo in funzione di stimolo e propaganda poiché tale scoperta, sconosciuta a molti, era vissuta dalle poche centinaia di addetti, come fatto scientifico piuttosto che geografico. Di quel progetto non se ne fece nulla ( l’associazione non aveva fondi e, al contrario, i soci pagavano una quota associativa annuale alla sede centrale di Roma). Come azione divulgativa furono riportate le sue misure in Almanacco Irsinese 2000 e, altre notizie generiche erano state date nel Il Giro di Monte Piloso e su Insieme agli inizi degli anni ‘90.
Poiché sento dire che esso si trova al Museo Ridola, ed essendo il restauratore di quell’Istituto (attività che mi ha permesso di incontrare quella relazione), mi è parsa questa l’occasione di argomentare intorno a quella scoperta anche con l'intento di una migliore conoscenza del raschiatoio di Irsina da parte delle massime istituzioni politiche e di promozione culturale ( la Pro Loco, come coordinatrice del lavoro delle altre associazioni ?) del paese, ai fini di una sua maggiore identificabilità.
Va subito detto che lo strumento non c’è nel museo Ridola dove non vi è mai stato, neanche episodicamente. Nella relazione di cui si accennava, non è riportato il luogo del deposito.
Il suo ritrovamento parte da lontano e lentamente cercherò di descriverne le fasi.
Un boato
Se accadde di notte, pomeriggio o mattina, gli strumenti non lo rilevarono, né era questa la domanda che si posero i rilevatori. Essi volevano misurare l’età dell'eruzione del vulcano Vulture e con essa le altre, di altre epoche, fino a intercettare l’esplosione che determinò la formazione delle due bocche che oggi ospitano una gran quantità di acque e che insieme costituiscono i laghetti di Monticchio. Una località amena adesso.
La prima eruzione (quella che ci interessa) era stata così violenta che materiali di varia natura furono gettati tutt’intorno. Molto materiale fu scagliato a qualche decina di chilometri e altro, raggiunse i 40 chilometri di distanza. Era prevalentemente materiale costituito da ossidi di ferro mischiato a terra e lapilli. La massima distanza raggiunta si ebbe verso Sud- Est. Dovunque giunse la materia eruttata, si spense ogni forma di vita animale e vegetale. Lo studio di quell’equipe era volto a stabilire la data dell’evento che modificò il paesaggio ovunque si depose il materiale eruttato. Gli strumenti indicarono, per difetto, una datazione di 850.000 anni. Siamo durante la glaciazione di Gunz, l’uomo del genere Erectus si copre di pelli, vive nei ripari e gli animali presenti hanno tutti dei corpi con folta pelliccia.
Il raschiatoio
I lapilli andarono a Sud- Est. Furono proiettati nella direzione dove oggi si chiude, geologicamente, il cosiddetto bacino di Venosa. La montagna che ricevette quello scarico di lapilli e materiale ricco di ossidi ferrosi, si chiama attualmente Irsina. In alcuni punti del paese la coltre di lapilli e terra rossa sfiora anche i 50 m. di altezza: la cosiddetta puddinga di Irsina. Lo scarico non raggiunse le alture intorno a questa montagna. Non ci sono, infatti, strati di puddinga a Monte Irsi, a Verrutoli, a Monte S. Angelo ecc. e ciò è importante per un’inevitabile considerazione sul toponimo della montagna.
Il coordinatore di tutta l’Equipe, che aveva progettato l’indagine del rinvenimento, ringraziò ( immaginiamo..) i collaboratori che avevano ottimamente svolto il compito delle misurazioni ( metodo K/Ar) e si mise a capo della seconda spedizione. La nuova equipe stabilì l’area di studio tra Costa del Forgione e Serra Framarino, sopra il Basentello, in agro di Irsina. Accadde che nelle ghiaie di Costa del Forgione (m.407 s.l.m.) 5 Km. a N.E. del paese: <... A costa del Forgione, dalle sottostanti ghiaie prive di prodotti vulcanici proviene una scheggia di selce con tallone liscio inclinato, di tecnica clactoniana, su distacco, con i negativi di due distacchi sulla faccia dorsale e ritocco denticolato. (misure: L. = mm.53; l. = mm.31; sp. = mm.18).
La giacitura, sicuramente nelle ghiaie basali prive di elementi vulcanici e a questi sottostanti, depone per una considerevole antichità… Saremmo quindi in presenza del più antico indizio di industria litica nel Pleistocene inferiore dell’Italia Meridionale, probabilmente Gunz e cioè Villafranchiano finale.>
La cautela dello scienziato è notevole e ammirabile. In Italia un reperto con quell’antichità non si era mai trovato. Perché quella cautela? Poiché il metodo di rilevazione utilizzato, il K/Ar era di recente applicazione, per aversi una complessiva sistemazione cronologica dell’antichità dei ritrovamenti italiani, sarebbe stato necessario applicare il nuovo metodo K/Ar ai vecchi ritrovamenti datati con il precedente metodo. Il ritrovamento di Irsina confermerebbe come, dal punto di vista geologico, sono proprio al Sud dell'Italia, ed in Basilicata in particolare, le formazioni geologiche più antiche.
Quella datazione ( 850.000 anni) non solo farebbe schizzare il raschiatoio di Irsina in vetta a tutta l’industria litica preistorica italiana, ma la collocherebbe fra le più remote d’Europa, così che la località di Irsina risulterebbe per l'antichità dei manufatti del Paleolitico inferiore europeo, seconda soltanto a Chilhac in Francia, da cui provengono cinque ciottoli scheggiati datati fra 1,5 e 1,8 milioni di anni.
Primato
In sostanza, senza banalizzare, ma con lo scopo della massima comprensione, la tesi era questa: se l’esplosione era avvenuta in quella data, e gli strumenti avevano indicato 850.000 anni, tutto ciò che vi era sotto quella coltre doveva avere, come minimo, un’età di 850.000 mila anni. Si trattava per l’equipe di mettere le mani su qualche strumento, appartenuto e scheggiato dall’Homo Erectus che si trovasse al di sotto della coltre di puddinga.
Non c’è dato sapere quanto tempo impiegò la squadra a trovare qualcosa. Essi lo trovarono e le indagini si conclusero.
Per dovere di informazione gli oggetti trovati, come detto, furono portati via e non toccarono nessun istituto della Basilicata.
Gli strumenti dell’indagine scientifica si fanno sempre più sofisticati. Quanto prima, nuovi metodi di indagine sconvolgeranno i dati già acquisiti. E’ un fenomeno normale di evoluzione. Alcuni reperti ritenuti i più antichi in assoluto con il vecchio metodo di datazione (complessivamente più recenti rispetto all’età del nostro raschiatoio, meno che per quelli provenienti da Cà Belvedere di Monte Poggiolo di Forlì), potrebbero, ove fossero sottoposti a riclassificazione con il K/Ar, andare abbondantemente oltre la soglia di 850.000 anni. Non è detto dunque che il primato del raschiatoio possa rimanere tale e per sempre e non essere superato da una nuova scoperta che lo collochi in una zona d’ombra, come gregario o spalla del nuovo.
La montagna lapillosa
Una considerazione, che in quella relazione non c’è ma che da essa inevitabilmente discende, riguarda la presenza su questa montagna della coltre di lapilli e terra rossa: la puddinga di Irsina.
Al tempo dell’antropizzazione questa montagna, e soltanto questa, era caratterizzata dalla presenza della puddinga, terra rossa mischiata a lapilli. La puddinga non c’è, come abbiamo detto, in nessun altro luogo nei dintorni. La montagna, coperta di puddinga, aveva al cospetto delle altre presenti nell’area, questa sua particolare fisicità. In quei tempi remotissimi il verde, costituito da boscaglie e foreste, era dappertutto: a monte Irsi (c’è ancora oggi), a Verrutoli (dove si vede un esteso bosco), a monte S. Angelo (è discreta attualmente la presenza di macchie di lentisco). Considerato che là dove c’è la roccia di puddinga, come ci è dato vedere, le piante non attecchiscono o sono molto rade, per assurdo tutte le montagne intorno, e tutte le altre di altri posti, potevano essere chiamate montagne pelose, meno che la nostra dove oggi è situato il paese per questa sua particolare fisicità. In generale, per l'abbondanza e la diffusione del verde ( l'agricoltura doveva ancora arrivare) bisogna dire che non si sarebbe reso un buon servizio, sia ai residenti sia ai viandanti, chiamare una montagna, Monte peloso o montepeloso, giacché tutte le montagne, da lontano, apparivano montagne pelose. L’accortezza nell’attribuire il nome ad una località era dunque che il nome scelto richiamasse la caratteristica principale del luogo, per meglio essere riconosciuto e raggiunto da quanti venivano da fuori. Così che il nome meno indicato per questa montagna lapillosa, ed anche per le altre, sarebbe stato perciò chiamarla Montepeloso o Monte piloso. E’ più verosimile che, in origine, il nome scelto per questa località sia stato monte lapilloso e che, in epoca storica, con la scrittura, si sia guastato in quello di montepeloso. Gli scrittori e i cartografi che ne sapevano di come gli indigeni, chiamavano il luogo in cui vivevano? A loro, storici cronisti e cartografi, i nomi giungevano come passa parola e la verifica, per quei tempi, era impossibile.
Il calco, prima e oltre
Detto tutto ciò, come inevitabile deduzione in merito alla presenza della puddinga su questa nostra collina, ci auguriamo che il Sindaco, a cui sono intestate queste considerazioni, possa inserire, tra le molteplici attività necessarie alla pubblica amministrazione, anche l’obiettivo di rendere concreto alla lunga lista dei beni culturali del paese, il raschiatoio di Irsina.
Prima ancora del calco, dell'annullo filatelico celebrativo e di altri eventi di propaganda, converrebbe ospitare il professore o il suo giovane discepolo che portarono a compimento quella spedizione. Solo a partire da ciò si darebbe corso alla legittimazione di paese materno del raschiatoio clactoniano di costa del Forgione.
Il raschiatoio fluitato
A conclusione di questa lettera ricordo che un decennio fa ritornava a Irsina, per una nuova campagna archeologica, il prof. Small che, all’inizio degli anni ’70, giovanissimo, aveva indagato l’area romana di monte Irsi, incaricato per ciò dall'allora Soprintendente Dinu Adamesteanu. I preparativi per il coinvolgimento dei pubblici amministratori con l'equipe archeologica di Small, iniziarono durante l’ultima parte dell’amministrazione Cesano (Small venne a Irsina a tenere una conferenza su Monte Irsi romana), s’interruppero con il periodo prefettizio, ripresero timidamente con l’amministrazione DeMuro e si concretarono con l’amministrazione Gurrado.
Tutti quei contatti erano intrattenuti in forma orale. Ciò diede origine a qualche malinteso che l'uso di una forma scritta avrebbe evitato.
In conclusione dopo aver dato le coordinate sufficienti per ricomporre i tasselli che riguardano la vicenda del raschiatoio di Irsina, una domanda ci si deve porre: Irsina, alla luce delle più recenti conoscenze nel settore, è ancora paese materno, come area di ritrovamento, dello strumento litico più antico della preistoria Italiana e vicario di quella europea?
La relazione riguardante quella missione che scoprì il raschiatoio di Irsina è contenuta negli Atti, pubblicati qualche anno dopo il ritrovamento. Gli Atti sono a vostra disposizione. La conoscenza approfondita di questo ulteriore patrimonio, spero potrà mettere in moto, intanto, un’adeguata azione di contatto con quei protagonisti, ai fini di una conferma circa l’immutato primato del raschiatoio di Irsina.
Basile Giuseppe
Questa lettera di Basile Giuseppe è stata inviata il 05/12/2006 al Sindaco del Comune di Irsina e p.c. all’Assessore ai beni culturali del comune,alla Pro Loco, alla redazione di Diario Irsinese.
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