| |
21/06/2008 - La Gioconda scolpita di Irsina
Il titolo di questo articolo scaturisce da una serie di considerazioni, fatte con alcuni amici, sulla prossima esposizione della magnifica scultura policroma presente nella Cattedrale di IRSINA, presso uno dei più importanti musei: “IL LOUVRE DI PARIGI”. Per la prima volta in assoluto, i visitatori di tutto il mondo, potranno ammirare, accanto alla “GIOCONDA DIPINTA” da Leonardo da Vinci, forse il ritratto più famoso della pittura rinascimentale italiana, la nostra “GIOCONDA SCOLPITA”, vale a dire la statua di S. Eufemia, attribuita al grande artista veneto Andrea Mantegna.
A nostro avviso, si tratta del confronto tra due opere fondamentali della storia dell’arte italiana, che per la prima volta possono essere ammirate nello stesso momento; entrambe, infatti, rappresentano l’una nella pittura e l’altra nella scultura, il canone della bellezza universale espressa in campo estetico-artistico.
In effetti la rivalutazione in questi ultimi anni per le opere del Mantegna, presenta molte affinità con l’entusiasmo mostrato dai suoi contemporanei verso l’arte di questo grande interprete del rinascimento. In entrambi i casi si è stranamente congiunto al sentimento estetico, suscitato dalla riscoperta della bellezza, il sentimento emozionale di ciò che, invece, è considerato sublime. E’ accaduto, quindi, che nessun artista del XV secolo ha saputo imprimere nelle sue opere tale concetto in modo più profondo e incisivo di lui, aggredendo i nostri sentimenti e la nostra immaginazione più recondita.
Per comprendere meglio, questa specifica qualità del Mantegna, facciamo riferimento alle teorie sviluppatesi nei secoli, sul concetto di bello e di sublime in campo estetico. Questa difficile e complicata interpretazione corrisponde a due modelli distinti di temperamento artistico; infatti, sulla maggiore intensità del sentimento suscitato dal sublime rispetto a ciò che è classificato come bello, resta il fatto che gli artisti che fanno appello all’immaginazione, evocando idee di terrore e meraviglia, esercitano su di noi un’impressione più forte e più indelebile di quanti, invece, fondano il loro approccio solamente su incanto e seduzione. Tali maestri del sublime sono molto rari, anche nei più grandi periodi dell’arte; ma, tra loro è proprio Mantegna a raggiungere la più alta espressione.
Nelle sue opere, a dare senso a questo sentimento non sono i soggetti che egli interpreta, ma è piuttosto nel modo di dipingerli, anche attraverso la qualità strana e inquietante del colore che conferisce alle sue opere. Persino, nei particolari più insignificanti, Mantegna ha il potere di emozionare lo spettatore, sia attraverso l’asprezza del nudo paesaggio fatto di rocce severe e di cieli minacciosi, sia attraverso la precisione maniacale della prospettiva. Sono tutte queste tecniche artistiche a caratterizzare la costanza della sua opera, tanto da dare l’illusione, a chi osserva i suoi dipinti, di avere davanti ai propri occhi non dei quadri, ma delle sculture dipinte, che proiettano le figure in uno spazio indefinito e nello stesso tempo autentico, posto tra l’opera pittorica e lo spettatore.
Il carattere plastico delle figure e dei soggetti dipinti dal Mantegna emerge fin dalle sue prime opere; infatti, egli crebbe pittore e insieme scultore e architetto in quella città di Padova, capitale della prospettiva, dove ancor prima dell’arrivo di Donatello, Giotto aveva insegnato le regole per collocare correttamente i corpi nello spazio tridimensionale.
Tuttavia è Donatello, operoso a Padova per circa un decennio, a dare impulso all’immaginazione e all’arte di Mantegna. Andrea, frequentando con l’amico Nicolò Pizzolo l’officina artistica di Donatello, apprese avidamente i segreti tecnici di quel genio, le modalità operative e le tecniche per modellare la terracotta e il marmo. Fu così, che l’attento Andrea, cogliendo subito in Donatello la forte rappresentazione classica e la personalissima applicazione della nuova prospettiva, perfezionò la sua arte.
E’ proprio in questo periodo, grazie alla presenza esemplare di Donatello a Padova, tra il 1443 e il 1453, che si pone la più accreditata fra le opere di scultura collegate ad Andrea Mantegna, la S. EUFEMIA della Cattedrale di Irsina. Quest’opera sembra essere il compendio delle meditazioni sull’antico e sul moderno, di una personalità maturata a Padova, all’ombra e nella luce della grande impresa di Donatello.
Quando Donatello ritorna a Firenze, la S. Eufemia resta il frutto naturale del suo insegnamento nell’intuizione del più geniale trai suoi seguaci. Infatti, realizzando quest’opera Mantegna è nello stesso tempo scultore e pittore, come mostra la resistente e sofisticata policromia, ma soprattutto, creatore di un nuovo, nobile e composto classicismo, che rappresenterà per molti altri artisti “ il canone della bellezza del suo tempo”, così com’è accaduto per la Gioconda di Leonardo, che è diventata “il simbolo della bellezza universale”.
La splendida statua in pietra di Nanto è raffigurata in piedi con la gamba destra lievemente avanzata rispetto all’altra, indossa una tunica verde salvia, che le aderisce sul petto e fa scorgere, con un effetto bagnato una sensuale mammella destra. Sulle spalle è posto un manto dorato, stretto in vita e annodato sul fianco che ricade verso il basso come un’elisse roteante su un fascio di pieghe a canne d’organo. Con la mano sinistra regge un triplice monte sormontato da un castello, mentre con la mano destra posta nelle fauci del leone, simboleggia la sua protezione e il suo martirio.
Il volto largo, dalle sopracciglia alte e sottili con le palpebre inferiori rigonfie, è ricoperto da una lunga chioma ondulata, che scende lungo le spalle ed è lievemente ruotato verso destra, accennando ad un vago ed enigmatico sorriso.
Nella magnificenza a tutto tondo dell’opera, è proprio il volto della Santa ad impressionare di più lo spettatore; infatti, il viso possiede una strana forza di comunicazione, sembra essere allo stesso tempo tragico, sorridente e pieno di stupore, quasi che la Santa con il suo sguardo impenetrabile guardi nell’animo di chi la osserva.
Studiando attentamente quest’opera e mettendola a confronto con altre opere del Mantegna, possiamo dire che la scultura di Irsina è un vero capolavoro dell’arte rinascimentale e testimonia il clima di fervore e di creatività per il sentimento di Rinascita del mondo antico, nel momento in cui Mantegna è a Padova nella sua prima maturità artistica e si avvia a completare il ciclo degli affreschi della Cappella Ovetari. A partire da qui, e prima di arrivare ai paradigmi plastici del “CRISTO MORTO DI BRERA” e del “CRISTO SUL SARCOFAGO” di Copenaghen, Mantegna sperimenterà sempre, nelle sue opere, l’equivalenza formale di scultura e pittura, attraverso un insistito richiamo all’antico e al classico, sia nella linearità dei panneggi delle vesti, sia nella nobiltà dei volti dei suoi personaggi.
Alla fine di questo percorso e dopo aver realizzato a Mantova il suo principale capolavoro “LA CAMERA PICTA”, sintesi perfetta di architettura, pittura e scultura, Mantegna affermerà il primato della scultura, dipingendo il “SAN SEBASTIANO” del Louvre di Parigi. In questo dipinto, infatti, il soggetto viene trattato come se fosse un pezzo di marmo e scolpito con il pennello, forse fu proprio questo dipinto a fare affermare al Vasari la famosa frase che nell’arte mentre “ Donatello dipingeva con lo scalpello, Mantegna scolpiva con il pennello”.
Articolo a cura di Giuseppe Buonanno
La Redazione di Arenacea
[Torna all'indice]
|
|